Un anno fa scendevamo in piazza il 25 Aprile contro guerra e riarmo, contro la repressione e contro i rigurgiti dell’estrema destra neofascista.
Ci opponevamo al piano ReArm Europe con cui l’Unione Europea si accingeva a destinare 800 miliardi di euro per il riarmo e ai nuovi diktat della NATO che impongono l’aumento delle spese militari fino al 5% del PIL.
Ravvisavamo già il rischio concreto di imminenti nuove guerre.
A un anno di distanza l’escalation bellica mondiale è sotto gli occhi di tutti.
A Gaza si continua a morire sotto le bombe sioniste e la fame continua a essere usata come arma, in Cisgiordania si intensificano i raid dell’IDF, le violenze dei coloni e l’annessione criminale delle terre palestinesi.
Il “Board of Peace” di Trump pretende di imporre la resa alla Resistenza palestinese, ridurre Gaza a terra di conquista per affaristi e speculatori, continuare a negare al popolo palestinese il diritto all’autodeterminazione.
Lo ribadiamo: non c’è pace sotto occupazione.
Nel frattempo, si sono aperti ulteriori fronti di guerra.
A inizio gennaio l’aggressione imperialista degli USA al Venezuela, un colpo di stato volto a cancellare l’esperienza della Rivoluzione Bolivariana e a impossessarsi delle risorse petrolifere del paese latino-americano.
A marzo la guerra in Iran, l’ennesima guerra imperialista di USA e Israele per ampliare la propria area di influenza in Asia Occidentale, per l’accaparramento e la rapina di risorse energetiche, il controllo dello Stretto di Hormuz e del commercio marittimo globale di petrolio.
Nonostante il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran coinvolga anche il Libano, a inizio aprile l’entità genocida sionista ha sferrato il più grande attacco coordinato contro il Paese dal 1982 colpendo più di 150 siti, tra cui aree densamente popolate, in appena 10 minuti, continuando a seminare impunemente morte e distruzione nella regione.
Sempre un anno fa qui in piazza denunciavamo come con il DDL Sicurezza il governo Meloni imprimesse un’ulteriore torsione autoritaria in questo Paese reprimendo il diritto al dissenso e garantendo maggiore impunità alle forze dell’ordine.
Evidentemente non bastava l’ex DDL 1660 perché nel frattempo il governo ha introdotto nuove norme per limitare il diritto di manifestare e colpire i protagonisti delle grandi mobilitazioni degli ultimi mesi: multe fino a 10 mila euro per manifestazioni non preavvisate, fermo preventivo fino a 12 ore dei manifestanti, definizione di zone rosse, l’introduzione di uno scudo penale per gli agenti di polizia in un contesto di uso smodato di manganelli, idranti e lacrimogeni.
A tal proposito, ricordiamo il caso di Lince, che non potrà mai più vedere da un occhio dopo essere stata colpita da un lacrimogeno sparato ad altezza persona la sera del 2 ottobre a Bologna. Ricordiamo il caso di una compagna di Carpi che da tempo vive a Bologna e che lì, alla manifestazione contro la partita del Maccabi Tel Aviv, è stata colpita da una manganellata in pieno volto perdendo un dente e fratturandosi la mandibola.
Aumenta poi vertiginosamente la recrudescenza delle misure repressive e punitive nei confronti dell’intero movimento per la liberazione della Palestina. Anan Yaeesh, Mohammed Hannoun, Ahmad Salem e altri palestinesi sono tuttora incarcerati in Italia e centinaia di compagni e compagne sono colpite da denunce penali dal sapore della vendetta di Stato per le mobilitazioni che a settembre e ottobre hanno paralizzato il Paese a suon di blocchi e scioperi.
Al contempo, se a livello nazionale viene sferrato un attacco frontale agli spazi sociali come il Leoncavallo a Milano, Askatasuna a Torino, il Lab AQ16 a Reggio Emilia, a livello internazionale si tenta di cancellare la Rivoluzione femminista ed ecologista del Rojava e una Rivoluzione longeva come quella cubana che sceglie di esportare medici e non bombe. Il messaggio è chiaro: il potere non tollera e non tollererà mai alcun modello di società alternativo a questo sistema mortifero.
È dunque in questo contesto che l’antifascismo diventa un reato e gli antifascisti diventano criminali, terroristi e nemici dello Stato.
Non possiamo non ricordare il Processo di Budapest: 17 antifascist* imputat* per aver contestato nel febbraio 2023 le parate neonaziste in occasione delle “Giornate dell’onore”, durante le quali ogni anno la feccia neofascista si raduna nella capitale ungherese da tutta Europa.
Fin da allora a livello europeo si è scatenata una vera e propria caccia agli antifascisti. A pagare il prezzo più alto oggi è Maja, compagna tedesca che a fine giugno 2024 è stata deportata illegalmente in una prigione di Budapest e che da quasi 2 anni è detenuta in isolamento e in condizioni disumane. Pretendiamo che Maja venga immediatamente liberata e riportata in Germania.
È così che in Italia, sull’onda delle misure previste dal dipartimento di stato USA che ha designato come organizzazioni terroristiche diversi gruppi antifascisti statunitensi ed europei, la Lega ha recentemente manifestato l’intento di depositare alla Camera una proposta di legge che criminalizza i movimenti antifascisti e anarchici con pene fino a 15 anni di carcere.
La criminalizzazione dell’antifascismo avviene in una fase storica in cui i neofascisti bussano alle cancellerie e ai governi di mezza Europa.
Assistiamo alla saldatura tra neofascisti e forze di governo in particolare sul tema della remigrazione, ovvero sulla segregazione e deportazione di massa di migranti e richiedenti asilo ma anche seconde generazioni e aventi cittadinanza.
La proposta razzista e suprematista dei vari Salvini, Vannacci e dei gruppi neofascisti trova agibilità in un’Unione Europea che, con il nuovo patto su migrazione e asilo, prevede l’aumento anche per i minori della detenzione amministrativa nei CPR, la legalizzazione dei CPR extra UE come quelli albanesi, la deportazione di intere famiglie verso paesi terzi senza alcuna garanzia in termini di diritti, la possibilità di veri e propri rastrellamenti in stile ICE in luoghi pubblici.
Se da un lato arriviamo da un anno segnato dall’escalation bellica mondiale, dall’aumento della repressione, dall’avanzata di ideologie razziste, suprematiste e patriarcali, dall’altro il livello di mobilitazione nelle piazze di tutto il Paese è stato altissimo.
A fine agosto la partenza delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla cariche di aiuti umanitari, con l’obiettivo dichiarato di rompere il criminale blocco navale e l’assedio a Gaza, ha incendiato milioni di coscienze.
In autunno è esploso un movimento di massa contro il genocidio e per la liberazione della Palestina dal fiume fino al mare.
In pochi giorni, a inizio ottobre, abbiamo visto più di 700 persone a Carpi, più di 20 mila persone a Modena in una giornata di sciopero generale a cui hanno aderito più di 2 milioni di persone, abbiamo visto 1 milione di persone a Roma per la manifestazione nazionale lanciata dalle realtà palestinesi.
Un livello di mobilitazione che molti di noi, nati tra gli anni ’90 e gli anni 2000, non avevano mai visto e sperimentato prima.
Piazze e strade stracolme come non le si vedeva almeno dal periodo del movimento No Global.
Per settimane con il movimento contro il genocidio e per la liberazione della Palestina abbiamo inondato e paralizzato le piazze, le strade, i porti, gli aeroporti e le stazioni del Paese a suon di scioperi generali e manifestazioni oceaniche.
Puntando il dito contro governo, istituzioni e aziende italiane complici dell’entità genocida sionista, esercitando pressione dal basso per la rottura di tutti i rapporti militari, diplomatici, economici e accademici con il sionismo.
La Palestina ci ha insegnato a mobilitarci per noi e per tutt*.
Perché lo specchio del genocidio a Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania è rappresentato dall’economia di guerra qui e ora, dal riarmo UE e NATO e da politiche che aumentano le spese militari tagliando le risorse per scuola, sanità e servizi pubblici.
Con l’inizio del nuovo anno, quando la spinta delle piazze sembrava ormai essersi esaurita e la repressione picchiava duro, sono arrivate altre schegge di speranza, a dimostrazione che qualcosa nei mesi del “BLOCCHIAMO TUTTO” si era radicato nelle coscienze di tanti e tante: 50 mila persone a Torino a difesa di Askatasuna e degli spazi sociali, 14 milioni di voti per il NO al referendum a respingere il tentativo del governo di accentrare ulteriore potere, 300 mila persone a Roma per la manifestazione No kings, contro i re e le loro guerre.
Diteci voi, può esserci un rifiuto più chiaro, più netto, di tutto lo schifo del loro mondo?
Questo 25 Aprile ci troviamo quindi di fronte alla solita domanda di sempre: che fare ora?
Come antifasciste e antifascisti pensiamo che sia oggi più urgente che mai continuare a lottare contro questo sistema capitalista che diventa di giorno in giorno più brutale e feroce, spietato e mortifero, incompatibile con la dignità, i diritti e la vita.
Dobbiamo ribellarci al loro mondo.
Dobbiamo essere Resistenza.
Solo con la lotta al fianco di chiunque alzi la testa per rivendicare il diritto a una casa, un lavoro sicuro, un reddito che consenta di vivere dignitosamente, l’accesso a servizi pubblici di qualità, un modello di sviluppo rispettoso dell’ambiente e dei territori potremo, come antifasciste e antifascisti, costruire dal basso quella legittimità oggi negataci dall’alto, da governi fascisti che ci etichettano come criminali e terroristi.
Solo con la lotta potremo cambiare i rapporti di forza nella società e rispedire al mittente queste politiche guerrafondaie, repressive, discriminatorie e inique, volte solo a garantire interessi e profitti di pochi ricchi e potenti.
Solo con la lotta potremo riprendere in mano le nostre vite, riprenderci tutto.
Solo con la lotta potremo conquistare un mondo nuovo fatto di giustizia sociale e ambientale, autodeterminazione dei popoli, mutualismo e solidarietà internazionalista, che è poi proprio quel mondo per il quale i Partigiani e le Partigiane hanno sacrificato tutto.
Viva il 25 Aprile!
Viva la Resistenza!
Antifascist* sempre!
